LA SEDUZIONE DEL PAESAGGIO

Se il paesaggio ha un senso è nella sua partecipazione alla vita. Nel suo continuo rivolgere domande di dolcezza. Nel suo immenso vagare luminoso. Nella sua capacità di costruire labirinti infiniti e di coinvolgere l’uomo nella storia dell’uomo.Nelle immagini realizzate da Eriberto Guidi il Paesaggio è spesso proposto da un punto di vista che guarda dall’alto verso il basso. Il cielo è escluso dall’inquadratura e l’impatto visivo obbliga ad una sorta di compenetrazione reale, quasi fisica, con il territorio.Le cose viste da questo punto di osservazione, sembrano più ordinate. Un rigore falsato da una prospettiva che, a volte, può risultare fin troppo facile, quasi banale. Ma qui è diverso, qui c’è lo spargersi di un’eco sdraiata verso il cielo. C’è il bianco e il nero vestito di quell’intermittenza che solo la luce controllata dall’esposimetro è capace di restituire. In questo senso la fotografia di paesaggio, di questo paesaggio, può rivestire la funzione di ponte che, a partire da Paolo Monti e Nino Migliori, ci riporta non solo alle fondamentali esperienze di Mario Giacomelli, ma ci presenta la figura di un inedito esploratore di una solitudine mai triste, sempre libera e spesso solidale.E’ dunque con queste idee nella testa che ho provato a camminare lungo i sentieri stilizzati di queste fotografie.Con queste suggestioni ho cercato la somiglianza dei segni con luoghi sconosciuti. Con questa impazienza ho aspettato le linee dell’orizzonte per fare un po’ di ordine.Poi ho misurato la seduzione del paesaggio ed ho conosciuto sentimenti sottratti al sole. Le storie e le parole e le idee con le voci e i suoni e i rumori hanno invece continuato a mostrarsi diffidenti e comunque vicini, comunque presenti. Quasi uno scambio fra pari, un dare e avere indifferente e disinteressato fra chi guarda senza rapire e chi si lascia guardare senza indugi ulteriori.E’ come se in scena fosse approdato un affetto profondo. Un montaggio senza narrazione e senza trama. Un film muto con una colonna sonora leggera e silenziosa. Un apparato geometrico fatto di angoli smussati e spazi riservati alla riflessione. Uno spettacolo astratto costruito con la concretezza del quotidiano scorrere del tempo. Una zona franca fra il bene e il male, una linea di confine che non attribuisce primati.Soprattutto ho incontrato immagini capaci di tenere compagnia ad una quantità umana tanto rara e tagliente, quanto invisibile e sfuggente ad occhi distratti.Del resto, direzioni, misure, indirizzi sono un fatto esclusivo dell’uomo. Alla natura poco importa chiamare sé stessa e le cose del mondo col nome giusto.Poi, invaso dai tagli luminosi e dalle inquadrature aperte, sono rimasto colpito dalle rughe ricucite. Commosso dai pensieri radenti. Stupito dai grafici silenzi e dall’intensità delle strategie sognanti. E’ per ciò che in questa mappa di sequenze armoniche ho cercato gli sguardi sovrapposti, le storie passate, la memoria sottile, la fatica amorevole dell’uomo ed ho trovato ombre immobili proiettate su linee rette che sembrano fiumi in piena.Lo scorrere di quell’acqua asciutta resta fluente e, ne sono convinto, qui le storie non finiscono mai.
Denis Curti